XII - Duarte confessa il suo debole per le città di mare

03/09/2026

Colpito dal motivo di una chitarra acustica, Duarte deve aver scritto queste poche righe. Solo, nella tenue luce della sua stanza, mentre ascolta Segovia (fioca la lampada lo illumina), egli versa inchiostro su un quadernetto rosso.

Oh Duarte! Sei tu che vaghi di città in città; che erri di mare in mare. Piccolo uomo dal buffo nome lusitano: cosa ti ha spinto lontano dal mare, nei luoghi di terra in cui poi ora finisce che ti ritrovi? Cosa ti ha spinto lontano dai vulcani emersi sull'acqua? Dagli alberghi modesti circondati da oleandri; da uomini che mangiano fichi e diventano grandi pescatori; da erte che portano a punti d'avvistamento dell'isole; dalle barche; dai traghetti; dove ti appoggi abbandonato a tubi di ferro bianco, al riparo dalle ondate.

Anch'io, come curatore di Duarte, egoista, voglio abbandonarmi alle dolcezze della sua poesia. Io solo, chiuso come lui, il mio eroe, Duarte, nell'ufficietto dove vaglio e sopperisco alle sviste del manoscritto, anch'io, voglio esser poeta. Per un giorno!

E non me ne vergogno. Ma la mia penna non sarà mai come la sua: non sono purtroppo cieco alla verità (per essere poeti bisogna essere ciechi, e sognanti, e illuminanti).

Eppure…

Chissà che non possa. Io spero sempre.


Dal diario di Duarte – 2 ottobre


Passeggio tra i blocchi comunisti. Vedo vecchi Romeni uscire dai portoni condominiali, trascinandosi per strada con le buste della spesa. Una mascherina calata sul collo. È un vecchio sogno: vivere una giornata in un film di Kieslowski. Come nel secondo Decalogo, ai piani superiori dietro i portoni condominiali v'è la casa del medico che parla con la bella signora dalla coda di cavallo: pentole di coccio; bicchieri smaltati; un palazzone di più di nove piani, di quelli tipici delle capitali dell'Est; i giardinetti sotto i 'blocchi'[1], dove giocano i bambini quando nevica.


L'autunno è arrivato a Turda, anche se oggi è ancora una giornata di sole. Mi godo la pace nel cortile del caffè di Ion Rațiu ancora una volta, come ho fatto per tutta l'estate. Si sentono solo un cane che abbaia, assieme a un coro di volatili. E mi sembra di stare su un'isola. A me che piacciono le isole. La panca di fronte ha i colori dei paraventi giapponesi a motivi floreali: quelli del Museo Nacional do Portugal. Le fronde degli alberi si muovono sotto l'impulso di un vento leggero, e simili alle ombre del tetto di canne della casa di vacanze 'Luna Rossa', echeggiano le estati trascorse a Stromboli. Mormorando, l'acqua dintorno ha assunto l'aspetto di un ruscello di monte. Perché no: il Monte Serra dove un tempo amai la buona tavola che serve il cinghiale.


Mi beo del sole che mi colpisce la fronte. Torno indietro: alla guida di una Seat Marbella rossa lungo le saline di Trapani verso il faro di San Vito lo Capo. Un meccanico con la pelle incartapecorita dal sole ripara le vecchie auto. Tra i paesotti assolati, rallentati, delle strade della costa occidentale che portano a Marsala, lì dove l'automobile fa mostra di sé solitaria, alle rotatorie brulle e agli incroci, e fa cantare il motore risalendo un'erta, sterrata e larga, procedendo con ingranate le sole marce basse, si costeggiano i mulini di sale, le distese di terra, i giunchi e le spianate, opposte a quelle che giungono al monte Cofano. Percorrendole verso Marsala, arriviamo a un canneto. Non sono solo. Vent'anni fa vi trovammo un gattino sperduto. Diventò nostro e viaggiò per l'intera Sicilia e infine sul Continente (un arancino la sua provvista) sonnecchiando.

Parcheggiamo a pochi passi dal molo dello Stagnone, dove incontriamo il solito parcheggiatore abusivo. Ci mette il pizzino sul parabrezza. È la sua versione della ricevuta di pagamento. Ma poco dopo sarà costretto a scusarsi: l'anziano affaticato abusivo. "Mezza parola", dice; ed è il detto locale: significa "non c'è bisogno di aggiungere altro"; quando s'accorge d'aver sbagliato: che abbiamo già pagato; che lui non ha visto il suo stesso pizzino. È pur vecchio, come ho detto. Forse gli stessi occhi non gli funzionano più ormai bene.


Mi attraversa irresistibile la voglia di percorrere a piedi la via romana sommersa che giunge a Mothia, ma l'unica alternativa possibile, per oggi, è la barca: navigare sopra le strade sprofondate sulla novella Atlantide. L'emozione di prendere la barca si ripete in mille luoghi; mille momenti: così, uguale, sul traghetto dell'isola di Egilium; con la signora I.; con la signora L. Così, uguale, sul traghetto per le isole Eolie da Milazzo a Lipari; sulla nave che attraversa lo stretto di Messina. Le emozioni sono fatte di spruzzi d'acqua; (di sole…); di odore di vernice. Quella qualità di vernice che resiste alla guazza, di cui si ricoprono le scialuppe di salvataggio. Una glassa. Nel mezzo del mare e del sole, nel mezzo di questa glassa collosa sulle navi, un secondo flusso di coscienza mi sbatte sopra come un'ondata. Me lo trovo in faccia: l'immagine delle tortuose salite di Lisbona verso il Belvedere dove ferma il famoso tram ventotto.


Il sole non è che un catalizzatore di ricordi: il flusso di fotoni nei suoi raggi attiva il flusso di ioni nei nostri assoni. Nella materia grigia.

Eterni ritorni.

Diafani o reali.

Cos'è la realtà? E cos'è il ricordo? se non lo stesso sogno? O le stesse verità.

Eterne questioni. Inutili.


[1] Il "blocco" di appartamenti


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